Ne son passate tante, di fronte a questi occhi e nelle orecchie puntute del mezzelfo, di leggende e storie.
Questa che vi propongo, non è di pugno mezzelfico, ma nemmeno dell'umano che conoscete.
L'ha portata qui un vento da Nord.L'ho osservata e ho deciso che poteva trovar posto su un ramo.
Chi vuol capire, è semplicemente perchè può.Chi non può, semplicemente, non deve.
C’è silenzio nella stanza.
Pochi essenziali mobili di legno scuro, alcuni fogli sparsi a comporre i pezzi di un tesoro ancora sconosciuto: schizzi e bozze a carboncino, alcune pennellate color seppia .
Un silenzio antico, cullato da un intenso e pregnante odore di incensi: un insieme di essenze che si fondono senza che nessuna prevalga sull’altra, l’indistinto ed incessante respiro della terra che avvolge i sensi e i pensieri e li rapisce portandoli altrove…
tra le sponde umide di lontani canneti…
lungo campi sconfinati di lavanda…
tra fiumi di spezie orientali esposte alla sferza inclemente di un sole arido…
e poi giù fino ad umidi anfratti di roccia soffocati di muschio odoroso…
In questo arabesco lontano si affaccendano delle figure, null’altro che comparse in una storia senza tempo; padroni della scena sono tre uomini mentre una sola è donna: immobile, lontana, assente.
Uno dei tre uomini, l’unico ad avere un volto in questa storia, sta seduto accanto ad una piccola e bassa finestra d’angolo; questa si affacciata su di un rio cittadino, nessuna corrente a smuoverne l’acqua stagnante, così come nessun sangue par scorrere ora nel corpo di Lei…mausoleo di un’anima al centro di se stessa. Una secca ringhiera in ferro battuto segue timida il torrido rivolo d’acqua, per poi perdersi nell’oscurità di un vicolo in lontananza.
Lui la osserva, un’espressione serena ed imperscrutabile sul volto.
Lei lo sa, in quel punto remoto della coscienza che nemmeno la volontà riesce a sopire.
Sta seduto comodamente, come chi è certo del proprio posto, come chi non desidera essere altrove, come chi ha tutto il tempo che serve, tutto il tempo che basta.
Le gambe sono accavallate in una posa morbida e flessuosa.
Il mento riposa nell’abbraccio caldo della mano destra, il rispettivo gomito posato sul piccolo davanzale di legno. Il capo è leggermente inclinato nell’attimo in cui l’ultima scintilla di tramonto decide di terminare la sua vita nella calda profondità dei suoi occhi verdi.
Lei lo coglie quell’attimo, l’attimo in cui un sole si spegne nelle placide acque di un lago di montagna. Eppure non si muove, è il cuore a sorridere per lei.
In piedi, le gambe leggermente divaricate di modo che nulla sia vietato, le braccia allargate in un gesto di inusuale apertura al mondo, il viso fisso in direzione di Lui.
Ci sono mani che si muovono con perizia intorno a quel corpo, che pare appoggiato quasi per sbaglio al centro della stanza.
Un antico paralume, posto con sapienza nell’angolo opposto alla finestra, manda caldi bagliori in direzione della nuda pelle che ricopre come un velo brunito l’anima della donna; sembrerebbe per scaldarla, per scuotere quelle membra e quella coscienza dal loro sonno apparente.
Uno degli uomini senza volto cessa per un attimo il suo lavoro e muove un passo all’indietro, arrestandosi poi ad osservare. Silenzio mentre gli occhi corrono con brutale efficienza dalla pronunciata forma dei seni sin al basso ventre, quasi volessero trafiggerlo con precisione: un muto studio il suo a cui repentino fa seguito un profondo compiacimento nello sguardo. Un cenno al compagno che a sua volta si scosta per portarsi ad aprire un mobiletto poco distante, dal quale estrae un barattolo di vetro contenente una polvere dall’intenso color del cielo.
Cosa prova Lei? Non prova nulla, Lei semplicemente aspetta. Aspetta sulla sponda di un lago lontano, aspetta cercando gli occhi di Lui. Aspetta mostrando il proprio corpo, in attesa che anche lui possa comprendere cosa esso rappresenta. Come un involucro svuotato in attesa che nuova vita lo riempia.
Di nuovo gli uomini si avvicinano, tanto che Lei riesce a percepirne il flusso di pensieri, il calore delle membra, lo sforzo di concentrazione frammisto a una latente eccitazione. In un momento di convulsi movimenti il barattolo viene aperto, la sua preziosa polvere dispersa in una ciotola di coccio, diversi mormorii d’intesa prima che il lavoro riprenda.
Un sottile e lungo pennello viene immerso in quello strappo di cielo, nello stesso momento una mano ruvida, in un gesto rapido e conciso, va a stringersi con precisa freddezza sul seno destro della donna. Si chiude sulla morbida pelle, nel tentativo di soppesare, di valutare consistenze e volumi. Cosa sente, la statua silente? Non sente nulla. Nell’attimo in cui il sottile strato di terminazioni nervose cozza contro la ruvida callosità di quella mano, non avverte altro che questo: una ruvida callosità.
Perché è in questo la magia del corpo quando è un tutt’uno con la mente: la percezione delle cose per quello che sono…l’amore percepito come amore, la materia come materia, ciò che è giusto, ciò che è completo, ciò che è fugace ed illusorio…ciò che deve essere, ciò che è e ciò che si può fondere. E’ questo forse il più antico segreto dell’alchimia: Separare per Unire.
Mentre l’uomo termina le sue valutazioni, la donna conclude il suo breve, veloce pensiero. All’unisono ognuno torna ad essere ciò che deve, nel bizzarro carosello della storia.
Cosa è Lei? Opera, tela, trama, fonte ed epilogo dell’arte di un momento.
Il fervente lavorio si sussegue con foga, ed istante dopo istante un corpo viene celato, mutato, violato nella sua naturalezza ed allo stesso tempo liberato da se stesso, via via che pennellate di colore prendono posa e forma sui delicati tratti che le accolgono con innato sapere.
Un seno così scompare, avvolto e celato da un cumulo di nuvole, che leggere e perlacee salgono lievi sin sulla spalla destra per trovare rifugio nell’incavo tra la nuca ed il collo; quasi nascesse e si aggrappasse a queste ultime, un ramo sottile ridiscende dal lato sinistro seguendo tutto il profilo del corpo ed assumendo peso, forma, diametro via via che il punto vita si assottiglia per poi liberarsi nella linea dei fianchi e trovare fermezza e radici nella profondità più celata ed intima della donna.
Appoggiato al ramo, all’altezza del cuore, si posa guidato dal sapiente movimento dell’artista un oscuro rapace che pare artigliarsi la dove il corpo si plasma tondeggiante per offrire un sicuro appiglio. Un corvo nero come il Tempo pare far suo quanto di più prezioso Lei sente di possedere: il rosso velluto dei sentimenti.
In un'altra storia si potrebbe narrare di una goccia scarlatta che ridiscende libera ed inesorabile trepidanti membra, si potrebbe dire di un accenno di sorriso su di un volto di cera…ma non è questa storia, non è questo Tempo.
Non c’è reazione emotiva o fisica in Lei in tutto questo, la comprensione a volte si esprime semplicemente nell’immobilità.
Solo poco dopo… un lieve, impercettibile, tremore al contatto con le soffici setole del pennello che in un tocco deciso risalgono dalla delicata e sinuosa curva delle natiche sino al centro della schiena, la dove il sole di un tramonto Africano imprime con il fuoco della sua esistenza il senso immutabile delle cose.
“Ed io sono l’Africa, io sono un cielo dai voli Liberi” …l’eco di una frase lontana le risuona nella mente per alcuni, vacui istanti.
Silenzio ed immobilità. Null’altro adesso che tutto pare compiuto.
I due uomini si scostano, ad ammirare il panorama loro offerto; le braccia conserte, un sorriso liberatorio sui volti tirati.
L’uomo dagli occhi di lago, senza lasciare l’angolo a Lui destinato, china leggermente il busto per raccogliere un foglio appoggiato ai suoi piedi. La guarda ancora, prima di leggere alcune parole lasciate ad attendere il momento giusto.
“ Perché possiate sempre possedere e godere della libertà dei cieli che non hanno confini.
Perché sappiate sempre trovare dove sono le vostre radici.
Perché vi sia un caldo rifugio per i vostri sogni.
Perché possiate far vostre le nuvole ed i loro segreti. “
Un semplice battito di ciglia, una frazione di secondo, quello che serve a Lui per comunicare e a Lei per comprendere: la donna si avvicina, abbastanza per sentirne il respiro scivolare leggero sulla pelle.
E’ un movimento fluido, repentino ed inesorabile quello che l’uomo compie ora: la mano destra sfiora la caviglia sottile, ad afferrare in una realtà parallela quello che ora è dipinto: una nera piuma che orna la giunzione tra ossa e muscolo, risale quindi lungo la linea tornita della gamba che si cela dietro il disegno di un limpido torrente.
Accade, adesso, finalmente, che l’anima della donna abbia un sussulto, manifesto in un leggero tremore che il corpo non trattiene e che la mente non si forza a celare; mentre la mano ancora risale, per perdersi nell’incavo tra le gambe, nel disegno delle radici, la dove l’origine della vita si confonde nel calore delle sensazioni. Trattiene il fiato mentre avverte le sue dita dischiudere e percorrere con ferma delicatezza il profilo sottile di labbra senza voce costrette sinora ad un silenzio forzato.
Lui alza il viso. Lei gli sorride nel percepire il proprio corpo rispondere con naturalezza al muto comando, l’ordine più atteso, l’unico accettabile.
L’uomo non scosta la mano, la trattiene per interminabili istanti … senza esercitare pressioni, senza movimento alcuno, si trattiene semplicemente ad ascoltare l’umida risposta di assenso ed accettazione che la sua sola presenza suscita.
Nel lungo istante le figure dei due uomini sembrano svanire, sembrano sfumarsi nel giallo leggero delle pareti, perdendo contorni, perdendo consistenza, lasciando semplicemente un disegno sfocato là dove si narra siano passati.
C’è qualcuno che racconta di aver visto, dalla strada, un corvo abbigliato elegantemente abbracciare e danzare con una donna bellissima sullo sfondo di un tramonto rosseggiante; altri narrano di aver visto nuvole giocare intorno ad un uomo sfiorandolo leggere, accarezzandone i tratti, avvolgendolo come nebbia sottile.
Lei racconta di aver guardato Lui negli occhi, e di avergli mostrato solo e semplicemente, ciò che lui già possiede.




