domenica, 10 giugno 2007

Considerazioni senza utilità alcuna, se non quella di occupare un altro posto su questi rami.Per fortuna in questo luogo nulla ha fine.Dalla vallata che si estende a perdita d'occhio, agli spazi che il vento si crea tra le nuvole e al volo di un pennuto nero che  andrà alla ricerca di qualche frutto selvatico e un paio d'uova di passeri.

Come si dice in questi casi, buona lettura viandanti.

 

Ne ho di cose da scrivere.Su parecchi argomenti diversi.Vediamo che ne viene fuori, pescando a caso e senza seguire un filo logico.

Arriva l’Estate, e mi chiedo in realtà se abbia mai chiuso la porta, per andarsene via del tutto, dal rendez vous dello scorso anno.Nemmeno più lei rispetta le promesse millenarie.Ti sorprende in giorni non sospetti, quando il vecchio Inverno dovrebbe ancora mostrarti le nocche bianche della neve, e invece i suoi occhi calorosi ti guardano con insistenza, quasi spogliandoti dei vestiti.Arriva l’Estate e iniziano le serate fuori-che poi per me non siano mai finite è un dettaglio- quelle dove il caldo lo combatti a suon di birre fredde e cocktail dai nomi esotici, mica come cinquant’anni fa dove c’era la grattachecca e basta.Ora le finestre, invece di essere aperte, sono chiuse e ci sono i condizionatori a dare respiro ai polmoni mezzi addormentati e schiacciati dall’umidità.Io non ho il condizionatore-che già come parola ti mette un po’ in schiavitù- e abito dietro la cattedrale della mia città, proprio nel centro, sopra un mercato che si sveglia quando in genere io rientro-pare strano, ma alle 2.30 di notte c’è già qualcuno che mette in piedi un banco che ha visto tempi migliori-quindi ho caldo, soprattutto se aggiungiamo che sono uno che il caldo lo soffre.

Ogni anno, ogni fottuto anno, la notte è una battaglia tra me e la temperatura.Il luogo è il mio letto che viene esplorato da piedi e mani in ogni suo angolo e piega di lenzuolo, per cercare un po’ di tregua momentanea.Si parte da sotto il cuscino, poi lo si rigira, poi si inizia a cercare a lato.Ma la vera chicca del fresco illusorio si trova quando le dita iniziano a toccare la rete del letto ai lati e poi piano piano fin dove si arriva.Qualche mattina mi troveranno sotto il materasso, con dei riquadri in faccia, come se mi fossi attaccato alla rete elettrificata di Guantanamo.

Però qualcosa di buono nell’Estate c’è.

Non sto pensando ai vestitini leggeri che chiamano, frusciando, gli occhi dei maschietti intenti alla guida.Giuro non è questo che stavo pensando.Piuttosto pensavo al vero oggetto del potere in una casa.L’unica cosa che rende il maschio medio fiero del suo essere medio, appunto.Quel piccolo attrezzo che ha la peculiarità, d’inverno, di sparire tra le coperte.

Il telecomando.

Questo simpatico bastardo infatti, durante quel che oggi rimane della stagione fredda, è abilissimo nel nascondersi dietro ogni più piccola piega di un piumone italiano.Ci sono notti in cui mi devo alzare in piedi e sbatacchiare le coperte per farlo apparire.

Lui è vivo.

E lo sa.

Sennò non si spiega perché tu cambi canale-ovviamente a causa della pubblicità, e anche qui ci sarebbero certe chicche da scrivere niente male- e poi, dopo che ti sei acceso una sigaretta, allungando di nuovo la mano, non è più li, su quella piccola collina che si forma sulla tua spalla quando ti corichi su un fianco.No perché invece lui ha camminato SOTTO le coperte o SOTTO il cuscino, o ancora DIETRO la schiena.

In quelle notti, in quelle povere notti che ormai ti conoscono, sciorini l’arsenale più pesante di bestemmie che tieni da parte per casi come questo, e non raggiungi l’apice quando lo trovi.

No.

Affatto.

Ma quando cade.

Li, solamente li, capisci che i tuoi spazi fantasiosi di parole impronunciabili, siano più ampi di quel che pensi.Ma di brutto pure…soprattutto se non ha la protezione famosa e siliconica di un guscio morbido.

Con  la bella stagione e il caldo le sparizioni diminuiscono sensibilmente, del resto sei tu e un lenzuolo ammucchiato in fondo, ma si moltiplicano le cadute, visto che non c’è nulla a trattenerle.Si calcola che il consumo di nastro adesivo nei tre mesi estivi aumenti del cinquasette per cento-fonte ISTAT naturalmente-.

 

Credo proprio che la prossima volta due righe sui sedicenti esperti di marketing e pubblicità bisogna proprio buttarle giù.

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sabato, 02 giugno 2007

Quando, mesi fa, scelsi di rubare quei fogli inchiostrati da fantasia e realtà, sapevo.

Lo sapevano tutte le mie piume, con il loro lucido apparire e la loro capacità di adattarsi al vento.Ho deciso di rubare anche l'ultimo di quei fogli, quello che dovrebbe sancire la fine del racconto.Ma, come dissi in un'altra notte passata in questo luogo, da una fine c'è sempre un inizio.

Per quelli che non hanno voglia di girare intorno a questo piccolo albero, cercando le fila di un discorso a metà, ho raccolto tutti i fogli, mettendoli vicino a quest'ultimo.Perdonate se possono essere un pò sbiaditi.Pioggia sole e vento invecchiano e intaccano la pelle, figuratevi la semplice carta.

Buona lettura, viandanti.

 

"Il Conto"

Il luogo l'aveva scelto lui.Anche l'orario e il giorno.Non che ci fosse una gran scelta al riguardo, in genere il giovedì era uno di quelli preposti ai loro incontri.


Si era preparato con cura per quello che sarebbe avvenuto.Mentalmente e fisicamente.Con tutte le domande inopportune sotterrate nel profondo dello stomaco, e una razione di sorrisi da regalare all'occorrenza.


Aveva optato per la sua solita giacca di pelle nera, di poco sopra il ginocchio, e il maglioncino azzurro chiaro comprato il dicembre dell'anno precedente.Un paio di jeans, gli anfibi e gli occhiali, sempre acquistati insieme, completavano la sua figura.Lei lo avrebbe riconosciuto a distanza.Anche lui l'avrebbe riconosciuta subito.

Non l'aveva dimenticata in quei mesi.

La prova era che quel giorno era all'appuntamento, quando molti, al suo posto, non ci sarebbero nemmeno andati.
Non si erano lasciati male, ma nemmeno di comune accordo.Era stata una di quelle storie che sembrava dovesse decollare dopo un faticoso tempo di rullaggio.Ma non andò così.


Eppure si erano impegnati, erano stati una grande squadra, come amava ripetere spesso lui.C'era forse una speranza che ricominciasse il tutto?Non lo sapeva, non era quello il suo pensiero adesso...

..No! Il suo pensiero ora, in quel preciso istante di quel giovedì pomeriggio, era rivolto alla vetrina della libreria della Stazione.

Stava soppesando i vari titoli esposti, alcuni aperti sulla seconda di copertina, come giovani puttane in una via del sesso.Mancava ancora quasi un'ora all'appuntamento, aveva tutto il tempo che voleva per distrarsi un pò dallo scopo del suo viaggio in treno.

Rimase fisso sui libri, aldiquà della barriera di vetro, per circa cinque minuti, poi si avviò verso altri vetri con merce esposta.Il negozio di articoli sportivi, l'edicola,le paninerie e i bar.Tutto era una massa informe ai suoi occhi.Ormai la mente era andata oltre, stava già avanti nel tempo, come se avesse un proprio fusorario del futuro, mentre camminava sotto l'enorme copertura di Termini.

Uscì fuori, verso piazza dei Cinquecento.Gli autubus in fila parcheggiati, come vecchi ad aspettare una pensione che  non arriva mai, erano brulicanti di passeggeri che attendevano.Si accese una rossa morbida, aspirò due tre boccate prima di vedere il 105 che partiva per il solito giro, fino all'esterno del raccordo, fin'oltre la Casilina.

Un tassista abusivo gli chiese se aveva bisogno di un passaggio.Gli rispose con un accento che non lasciava dubbi sulla provenienza, il tassista abbozzò un sorriso, prima di rivolgersi a una giovane coppia qualche metro più in là.


Stava appoggiato, con la spalla destra, a un palo della segnaletica verticale.Guardò l'orologio, approfittando della sinistra preposta, quella volta, al ruolo di boia mascherato da fumo.La sigaretta stava bruciando con uno sfrigolio inudibile in quel frastuono di traffico e voci.La gettò a metà.Mancava mezz'ora...

Mezz'ora, malebenedetti trenta minuti.
Fece un altro giro senza senso.Iniziava a sentire un pò la tensione, tutte le domande sepolte volevano fuoriuscire dalla loro tomba, come novelli zombie.Si ritrasformò in becchino, seppellendole di nuovo e aggiungendo una ricca palata di autocontrollo.


Non poteva permettersi di essere agitato, sebbene quel suo cuore bastardo tentava di farsi sentire battendo più velocemente.


Uscì dalla Stazione.Passi veloci in via Marsala.Ogni cosa lo colpiva agli occhi con la forza di un pugno, flashback in tenuta da combattimento, ricordi dolciamari di radici di genziana e baci senza fumo.
Sistemò meglio la rivista sottobraccio, e diede un rapido sguardo alla busta in plastica nella destra, come a sincerarsi che il suo contenuto fosse lì.Un anonimo plico giallo, di quelli usati per le spedizioni, grazie alla loro imbottitura interna, conteneva un piccolo pensiero.


Svoltò a sinistra, andando ancora verso il parcheggio degli autubus, ma non si fermò lì.Continuò all'indirizzo del Colonnato che poi si interrompeva, dando sfogo a Piazza della Repubblica.Guardò in quella direzione.In fondo, non visibile dal suo punto di vista, c'era la sede del Coro di cui faceva parte.

Lei, non lui.


Lei che aveva cantato all'Hermitage di S.Pietroburgo, una città che lui avrebbe voluto vedere, da anni.
L'aveva incuriosito parecchio quando, le prime volte che si parlavano, gli accennò questa cosa.Finalmente una donna che aveva fatto qualcosa di cui parlare, non è che ce l'avesse con l'universo femminile, anzi lo amava.Ma aveva sempre pensato che tutte le donne sono più furbe degli uomini...ma non tutte sono più intelligenti.Però, non l'aveva mai fatto pesare ad alcuna e a lei tantomeno, visto che più volte  aveva dovuto ammetterne la maggior cultura generale.


Gli piaceva per quello, per gli stimoli che gli dava, e anche per tutto il resto ovviamente.Un mix quasi perfetto si disse.....quasi perfetto.
Un piccolo colpo sul dorso della sinistra, e una nuova sigaretta fece capolino dal pacchetto morbido.Pochi istanti e finì accesa in un bacio di morte.
Attraversò la strada, il semaforo era diventato verde almeno un paio di volte prima che si decidesse a farlo.

Venti minuti, soltanto venti minuti..

Si inoltrò sotto il colonnato.Fila di sentinelle mute e a schiena eretta, da decenni.Innalzate da mani che ora non esistevano più.Fermandosi all'altezza delle prime colonne, diede uno sguardo lungo quella che sembrava il simulacro della navata di una cattedrale, solo che al posto di panche e confessionali, custodi di segreti, c'erano tavolini da bar, espositori di souvenir e gente che non pregava affatto, a parte una senzatetto addossata al muro.

Stava a capo chino, le mani sudice aperte in una muta questua, infagottata da stracci senza tempo, l'originale colore affossato dallo smog e dalla polvere raccolta in chissà quali strade, oltre a quella.
Sguardi indifferenti la sfioravano appena, passando oltre, passando oltre tutto, impegnati ad arrivare in tempo al prossimo appuntamento.La senzatetto non aveva appuntamenti, se non l'unico che hanno tutti, ma non sembrava importarle molto.C'erano sempre state le anime senza nulla da perdere, in ogni secolo e in ogni tempo, lei era una di quelle.


Le gettò un paio d'euro nella scatola di cartone, umile banca di pochi averi.Ebbe un ringraziamento sommesso e una frase in cui credette di sentire qualcosa riguardo alla benevolenza di Dio.Lei sorrise appena, mostrando una chiostra di denti rovinati, alternata da spazi vuoti.
Prima di andarsene ricambiò il sorriso, senza sentirsi nè peggiore nè migliore degli altri passanti, anche lui aveva un appuntamento, anche lui passava oltre.


Il cielo era grigio chiaro, una pioggerellina leggera cadeva rada sulla città, come se fosse svogliata.
Il marmo delle colonne era rigato da sporcizia di anni, ormai il bianco era diventato un avana chiaro.Rigagnoli di nero scendevano agli angoli dei basamenti.Il selciato era puntinato di gomme da masticare.Sembravano nei della terra, vaiolo scuro di una pelle d'asfalto.


Dieci minuti.

Alzò gli occhi.

Cinquecentonovantanove secondi.

La vide.


Arrivava dalla metro della Stazione, presumibilmente.Appariva e spariva tra il mosaico di passanti, il soprabito che aveva acquistato in Inghilterra la copriva dall'aria fresca di quel pomeriggio.La prima volta che glielo vide addosso era stato praticamente due anni prima.Venne a cena da lui quella sera, presentandosi al negozio con uno dei suoi sorrisi migliori.Un ombrellino adeguato al polso, una borsetta nera, calze e stivali sotto il ginocchio, oltre a un golfino nero , accollato, erano le uniche cose che il soprabito fece vedere.


Quel giorno,invece, aveva jeans e un paio di scarpe da ginnastica, la borsa era sportiva, un regalo di lui durante l'unica estate che avevano passato insieme.
Ma era sempre lei, con i suoi riccioli e la sua camminata quasi buffa ma adorabile.
Non lo vide tra la folla, anche perchè lui ebbe cura di non farsi notare.Aspettò che entrasse dentro il bar scelto per l'incontro, prima di sciogliersi dall'immobilità e dall'abbraccio di molti ricordi.
Doveva avere la mente pulita, per quanto fosse possibile, e rimanere sereno.


Arrivò all'ingresso del locale, evitando, lungo la finta navata, sguardi e ventiquattrore dai passi veloci.La vide di spalle, seduta, come le aveva chiesto al telefono.Al tavolo che le aveva detto.

Entrò...

Il locale era ovviamente frequentato.Cicalecci di voci in un mix quasi inestricabile, tranne qualche parola che riusciva a fuggire dalla calca, rintanandosi nelle sue orecchie.Attimi dopo era già digerita dal suo cervello, senza lasciare tracce.

Due ingressi, situati entrambi sul lato più corto del bar.Quello lungo si inoltrava all'interno dell'edificio, occupato da tavoli e sedie dall'anonima fattura.Il banco era di fronte alle due aperture, una parte in marmo e l'altra in vetro.Dove finiva il regno del caffè, iniziava quello dei dolci e dei tramezzini.
Sapeva già che si sarebbe limitato al primo reame, non era mai stato goloso in vita sua e tantomeno avrebbe iniziato ad esserlo a 35 anni suonati.

Mormorò un buonasera, che morì schiacciato sotto il rumore di cucchiaini contro la porcellana, prima di raggiungere l'orecchio del barista.Non gli interessò che rispondesse o meno, tutto quel posto, tutte quelle persone, tutte quelle parole...erano solo scenografia, comparse, contorno.Qualcuno sarebbe venuto al tavolo a prendere l'ordine, quindi andò diretto verso l'ultimo tavolo in fondo, dove le pareti erano vestite da specchi che illudevano.

Sembrava che ci fosse un'altra entrata in fondo, ma era solo rifrazione ambigua.Una pianta ben curata era all'angolo destro, quasi a incombere sul "loro" tavolo.Lei si era tolta il soprabito, mettendolo sulla spalliera, dando l'impressione che fosse seduta sulle gambe di un uomo invisibile.Lo vide dallo specchio.Le fu a ridosso.

-Ciao piccola-

Una voce che aveva il tono e il calore di una coperta ai primi freddi invernali, incroci di sguardi sulla superficie liscia dello specchio.Si arrampicarono senza fatica, pur di incontrarsi.

-Ciao...-

Una sola parola di lei.Un'infinità di altre, mute, su invisibili puntini di sospensione, uniti a quel saluto come una catena all'ancora.
Scelse la sedia alla destra, poggiando la busta in plastica sull'altra seguente, e il magazine sottobraccio sul finto marmo del tavolo.

-Ci sono buoni servizi all'interno?-

La domanda era di quelle nate per sdrammatizzare, per non sentire l'ansia.Lui sorrise appena, piegando la bocca come era solito fare.

-Abbastanza, dopo, se vuoi, te lo lascio..io ho già letto tutto in treno.Adesso parliamo un pò..-

Nessun rancore nell'espressione, nessuno sguardo accusatorio, era semplicemente lui, come era sempre stato tra loro.Quasi sempre.

Lei abbassò gli occhi per qualche secondo, come a coprire con le ciglia il labbro inferiore che si nascondeva in un piccolo morso.

-Si, vero, ma dobbiamo ordinare qualcosa, altrimenti parleremo sotto la pioggia-

Sorrise, contagiandolo.

Una cameriera si stava già avvicinando, dopo aver pulito alla buona un tavolo ormai vuoto.La sua faccia mostrava un sorriso da divisa, da indossare sul posto di lavoro e basta.Quelli sinceri, quelli veri, se mai ce ne sarebbero stati, non erano per i clienti, giustamente pensò lui.

Le due tazzine di caffè avevano strani ghirigori sulla porcellana.A un primo sguardo gli vennero in mente dei tatuaggi d'altri continenti, poi lo zucchero colò lento nella palude di crema e gli ultimi granelli furono affogati dalla punta del cucchiaino.Cosa che non avvenne per i ricordi che aveva.

La guardava, mentre gli raccontava cosa fosse successo in quei mesi.Qualche domanda, odorosa di miscela tostata, spuntava qua e là fuori dalle labbra, e risposte dallo stesso profumo delineavano la situazione.

In alcuni momenti, sembrava che non fosse accaduto nulla.Nessun dolore, nessun rimorso, nessun rimpianto che li avesse poi portati a quel tavolo senza targhetta d'ottone.In altri, invece, a lui pareva di esser tornato a casa dall'infinito, di aver camminato per mesi, mentre il cielo si faceva scuro e chiaro nei giorni trascorsi a scavare risposte nelle domande.Ma era Lei..ed era Lui, non aveva dubbi su questo.

La pioggia si era fatta più grintosa.Attaccava gli spazi d'aria come una contraerea al contrario.Non si moriva, ma lui si chiese quante di quelle persone, sotto l'acqua, erano effettivamente "vive".Nel suo spazio visivo aveva una porzione di esterno, generosamente offerta dall'ingresso che aveva usato.I palazzi in fondo sembravano disegnati, come fatti a carboncino, per le striature di quelle comete senza fuoco che cadevano incessanti.

Allungò una mano sul piano, scostando con il dorso la tazzina piena ormai solo del profumo.Lei fece lo stesso.Si unirono tra loro, stringendo in quei pochi centimetri quadri tutto ciò che era stato perso, tutto ciò che non era stato dimenticato, tutto quello che avevano creduto, tutto quello che avevano capito ma, sopratutto, quello che non avevano capito di loro stessi.
Le disse che aveva sempre immaginato un loro ipotetico reincontro, e di come sarebbe stato, al punto tale da scriverlo.

-E come finisce quello che hai scritto?-Gli domandò sorridendo ancora e stringendo di più le dita.
-Beh, magari un giorno te lo farò leggere, quando mi deciderò ad aprire un blog.Ora devo pensare a una cosa più terrena, devo andare un attimo in bagno-Fu la risposta accompagnata da un sorriso sincero.
Quando ritirò la mano lei fece un pò di giocosa resistenza, lo guardò fisso come a scrutare se le piccole rughe da sorriso erano ancora lì, dove le aveva lasciate mesi fa.C'erano, come ci sarebbero sempre state.

Nei minuti che seguirono, lei si calmò ulteriormente.Da sola al tavolo, mangiucchiò uno dei biscotti finora risparmiati dalle parole.Prese la rivista e l'aprì.Una guardata veloce, tanto per selezionare gli articoli più interessanti, che finì quasi subito.
Un foglio da lettera, piegato a metà, scivolò piano dal mezzo dei suoi simili patinati.Al cuore sembrò di prendere un vuoto d'aria a diecimila metri d'altezza.
"Per te, sempre" le tre parole sul lato bianco.
Si alzò, andò di scatto al bancone, chiese al barista dove fosse il bagno.Quando lui le indicò la stessa direzione da dove veniva, le labbra si seccarono come fiori in un deserto.Era lì la porta, era fatta a specchio come le pareti, la indicava un adesivo con la scritta TOILETTE, di quelli rettangolari,con la scritta blu su sfondo grigiastro.Era lì la porta,  mimetizzata nel muro a specchi, a pochi passi dal loro tavolo, ma lui era andato oltre.

Prese velocemente la busta di plastica dalla sedia.All'interno il plico giallo custodiva una piuma nera.Sul bigliettino che l'accompagnava, una piccola dedica: "Così Bistrit ti accompagnerà ogni volta che avrai emozioni da scrivere.Buon Volo."
Lesse le prime parole della lettera trovata, e la richiuse subito arginando qualche lacrima ribelle.

Prima di uscire dal bar chiese il conto.
-Ha fatto tutto quel ragazzo che è uscito prima, non c'è più niente da pagare.- disse la cassiera.

La sua risposta si insinuò sotto la voce di un notiziario radio, raggiungendo a malapena il piattino del resto.
-C'è sempre qualcosa da pagare..-mormorò prima di farsi abbracciare dalla pioggia.

ANNI DOPO.

-Wow nonno, ma è una storia vera?-
-Certo piccola, con un finale un pò diverso ma lo è.
-Ma quindi non si sono più rivisti?-
Esclamò l'undicenne dai capelli ricci.
-Diciamo che se fosse successo questo- il vecchio fece l'occhiolino- tu non avresti potuto farmi questa domanda.Anche tua nonna conosce questa storia, magari la prossima volta te la fai raccontare da lei.Ora vai a prendere l'Ologramma da Pavimento così giochiamo un pò.
La bambina uscì dalla stanza chiamando la nonna gioiosamente, il vecchio sorrise tra sè, mentre si accomodava meglio sulla poltrona del salotto.Ai lati degli occhi si riformarono le rughe di tanti anni prima.C'erano ancora, come ci sarebbero sempre state.

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